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mercoledì 28 novembre 2012

Produttività: Camusso, non si chiuda quell'accordo

28/11/2012 Condividi su:  condividi su Facebook condividi su Twitter
Anticipiamo l'editoriale di Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, che apparirà sul prossimo numero del settimanale della confederazione, "Rassegna sindacale':
L'accordo sulla produttività sottoscritto dalle associazioni datoriali, da CISL, UIL, UGL e assunto dal governo è sbagliato non solo nei contenuti ma anche nella filosofia di fondo che lo orienta. Il documento si muove in continuità con le scelte che ispirarono  l'accordo  del  2009;  con l'idea, cioè, che per essere più competitivi e più produttivi l'unica strada sia quella di comprimere i diritti e di agire sui costi. Oggi come allora l'intesa sottoscritta sottende la convinzione che la produttività  sia  determinata  pressoché esclusivamente dal lavoro, e non dall'insieme dei fattori che concorrono alla produzione. Il risultato è un documento monco che non pone nessun rimedio a quasi due decenni di mancati investimenti da parte delle aziende. E  non  pone  nessun  rimedio  neanche allo spostamento dei profitti verso la rendita,  alla  progressiva  diminuzione  della dimensione di impresa, alla mancata riforma  della  Pubblica  amministrazione, all'assenza di una programmazione infrastrutturale.  Sono  in  gran  parte  nodi  che non vengono affrontati per esplicita scelta di un governo che ha deciso di agire quasi esclusivamente sul lato dell'offerta e che considera il sostegno della domanda (aggregata e per consumi) contrastante con la sua politica. È  un  approccio  con  non  consente  di sperimentare  un'idea  innovativa  di  contrattazione,  non  mobilita  investimenti, non incentiva alcun tipo di innovazione, sia questa di prodotto o di processo, non favorisce una crescita delle retribuzioni. Fatta salva una parentesi durante i governi del centrodestra che, mentre la produzione  crollava,  dirottarono  gran  parte delle  risorse  di  cui  disponevano  agli straordinari, gli incentivi alla produttività sono operanti fin dal 2007. I risultati sia dal punto di vista del numero degli accordi e sottoscritti e dei lavoratori coinvolti, che da quello dell'effettiva crescita della competitività paiono tuttavia essere stati assai deludenti. C'è dunque da chiedersi per quale motivo si sia scelto di imboccare  una  strada  simile,  riducendo  la certezza  del  potere  d'acquisto  a  molti, per  trasferire  a  pochi  quelle  risorse, nell'idea che un eventuale vantaggio retributivo derivi non da una maggiore erogazione di salario, ma dalla defiscalizzazione.
Qui sta la prima ragione di non condivisione  di  un'intesa  che  assume  i  tratti  di un'ulteriore  scelta  recessiva.  L'Italia  di tutto ha bisogno tranne che di una ulteriore  riduzione  del  potere  d'acquisto  delle retribuzioni che si aggiungerebbe al blocco contrattuale nel pubblico impiego che già oggi contribuisce non poco alla frenata  dei  consumi  e  alla  stagnazione  della produzione.    A  chi  sostiene  che  l'effetto  non  sarà quello di una riduzione del monte salari, vanno riproposte le domande a cui il governo non ha ancora dato risposta: se si fanno accordi «di produttività» per 16 milioni di lavoratori privati con quali risorse si defiscalizzano? E se le risorse sono quelle definite dalle leggi di stabilità con quali criteri si definisce chi ne può usufruire e chi ne resta escluso? Ancora, quale contrattazione si immagina possa svilupparsi se questa dipende dalle risorse disponibili e dal loro effettivo stanziamento? Infine, non c'è forse il rischio di incentivare rilevanti forme di elusione spostando fittiziamente  parte  delle  retribuzioni  sulla quota defiscalizzata del salario? Il governo ha rinviato ai decreti attuativi i chiarimenti su questi interrogativi e la definizione delle regole necessarie a rendere i provvedimenti operativi, rifiutandosi al contempo di prendere in esame la detassazione delle tredicesime come misura per incentivare la domanda, misura che consentirebbe di prestare attenzione ai bassi redditi, a quelli tagliati dalle lunghe fermate produttive e dagli ammortizzatori e provando così ad intervenire su una parte del lavoro precario ancora una volta escluso dalle politiche di sostegno al reddito.

Non essendo di una manovra strutturale, la defiscalizzazione potrebbe utilizzare  i  proventi  della  lotta  all'evasione  e all'elusione fiscale, dando così al provvedimento  il  carattere  dell'equità  e  della giustizia, dando così coerenza alle tante affermazioni del governo, rimaste sino ad oggi lettera morta, e con i tanti ordini del giorno del Parlamento che si muovevano nella stessa direzione. Proprio perché in continuità con accordi  separati  precedenti  e,  in  prospettiva, schema per la contrattazione, l'intesa ha la  caratteristica  di  stabilire  procedure per i contratti o gli accordi aziendali. Tutto andrà gestito nella futura negoziazione e ovviamente non ci sottrarremo a nessun confronto, ma lavoreremo per ricondurre  ad  una  condizione  utile  le  norme contrattuali che si determineranno, nella logica  di  trovare  forme  incentivanti  la produttività ed eliminare le dispersioni e le inefficienze di una distribuzione di risorse  a  pioggia  sottratte  ai  contratti.

In questa  prospettiva  il  tema  della  rappresentanza,  della  rappresentatività  e  della democrazia  diventa  fondamentale.  Chi rappresenta chi, in nome di chi agisce, come si decide e come ci si assumono le responsabilità sono le premesse necessarie alla validità e all'esigibilità degli accordi. Viviamo una stagione in cui si critica molto l'autoreferenzialità e nessuno può sottrarsi al tema. Le ricette in campo sono molte ma tra tutte, l'unica non praticabile è che la rappresentatività derivi da un muto riconoscimento delle controparti o del governo. Anche per questo non avere affrontato il tema è l'altra grande ragione che ci ha portato a non condividere l'intesa. Per un sindacato un accordo è la massima espressione della sua funzione, è l'esercizio della sua responsabilità. Per questo, perché per la Cgil gli accordi fatti si onorano, se non condividiamo il merito lo dichiariamo e verifichiamo le nostre scelte con chi rappresentiamo. Il metodo della verifica delle decisioni non è più rinviabile, pena la riduzione della contrattazione e la scelta di inseguire opportunisticamente la fase politica del momento. Ma di questo, credo, nessuno sente il bisogno. Abbiamo sempre detto che l'accordo del 28 giugno va nella giusta direzione, ma bisogna applicarlo. Bisogna determinare regole e modalità attuative, estenderlo a tutti i soggetti contrattuali. La sua applicazione è la strada obbligata che dobbiamo percorrere. Lo dobbiamo fare anche per dare concretezza al nostro agire, per evitare che ci sia chi, strumentalmente, possa dire che un'intesa vale un'altra, tanto sarà sempre possibile farne di nuove perché quelle sottoscritte non hanno valore. Abbiamo cercato di raggiungere questo risultato per via negoziale, ma tutte le volte ci siamo scontrati con una mancanza di volontà che è diventata via via sospetta, come le vicende Fiat sono lì a dimostrare. Se avessimo compiuto scelte chiare avremmo non solo dato soluzione a una problema essenziale per le relazioni sindacali, ma salvaguardato anche l'intervento legislativo in materia da possibili distorsioni. Sono questi i punti che più di altri non abbiamo condiviso nel documento presentato e assunto dal governo. Abbiamo detto e pensiamo che questa discussione sia stata un'occasione persa per dare equità alle misure economiche, imprimere una forte azione antirecessiva, risolvere le annose ed essenziali questioni che coinvolgono la nostra democrazia, dare coesione e unità al Paese.

È sfumata una chance importante per ridare slancio e senso agli atti negoziali. È indubbio che la contrattazione nazionale e quella di secondo livello hanno assunto sempre di più una caratteristica difensiva: il sindacato nella tutela del ruolo e della funzione del contratto; le imprese, in una logica di salvaguardia degli spazi di deroga, per proseguire la strada della diminuzione dei costi. Il risultato è una progressiva diminuzione delle capacità innovative del sistema delle relazioni industriali, con un grave danno alla capacità di regolare e per questa via di aumentare, rendere efficace ed efficiente, l'utilizzo dei fattori. Allo stesso tempo il ritirarsi nella difesa dei propri interessi immediati ha prodotto un'idea non inclusiva della negoziazione, mentre parte della non crescita di produttività deriva dalla progressiva frantumazione del mercato del lavoro, in un'idea di forme di assunzioni a breve senza investimento sulla qualità del lavoro, della formazione, della innovazione e della creatività. Un accordo sbagliato non è di per sé un dramma. Si può correggere se si ha voglia e coraggio di confrontarsi sul merito e cercare le strade giuste, quelle che non sacrificano le condizioni di lavoro e del salario, ma facciano fare a tutti un salto di qualità nell'affrontare la crisi anche come occasione per disegnare il futuro. Quelle che non si è voluto affrontare nel corso di questo negoziato.

Susanna Camusso


fonte: www.cgil.it
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giovedì 22 novembre 2012

Camusso: sulla produttività s'è persa un'occasione


"L'intesa è coerente con la politica del Governo che scarica sui lavoratori i costi e le scelte per uscire dalla crisi. Si è persa un'occasione''. Il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, ha commentato così l'accordo sulla produttività durante una conferenza stampa convocata in corso d'Italia subito dopo l'incontro a palazzo Chigi
» ASCOLTA: Produttività, la CGIL la pensa così
21/11/2012 Condividi su:  condividi su Facebook condividi su Twitter
"Se dovessi definire il clima di questa sera la parola che mi viene in mente è imbarazzo". Lo ha detto il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, a proposito dell'incontro sulla produttività a Palazzo Chigi. "Credo che fosse evidente a tutti – ha spiegato Camusso - che si stava consumando una scelta che non determina ne' risultati positivi ne' spinte propulsive. Abbiamo sentito da più ministri appelli a una soluzione unitaria" che "hanno più il segno di un imbarazzo che non di una volontà effettiva di provare a costruire soluzioni unitarie".
''Le soluzioni unitarie si costruiscono, non si aderisce a posteriori, quando il tentativo numerose volte fatto di trovare una soluzione è stato respinto'', ha precisato il Segretario Generale della CGIL. L'accordo così come è stato costruito produrrà soprattutto un abbassamento dei salari, che poi è "il punto più critico” dell'accordo stesso.
Riferendosi al Governo e in particolare al Presidente del Consiglio, Susanna Camusso ha detto che Monti è legittimato a sperare quel che vuole", ma il tema è "se si vuole decidere in questo ultimissimo scorcio della legislatura di provare a dare risposte al lavoro o se si continua a pensare che risposte non ce ne sono". "Le rotture non si risolvono con gli auspici - ha aggiunto il Segretario Generale - ma con le regole della democrazia e della rappresentanza. Sul tema degli auspici potremmo continuare all'infinito: tutto il Paese spera in una politica che non continui ad alimentare la recessione". E invece, di nuovo, l'accordo sulla produttività aumenta la recessione e scarica i costi sulla parte più debole del Paese.

Riproponiamo qui di seguito il documento del Segretario Generale della CGIL fatto circolare nei giorni scorsi prima dell'incontro con il Governo


Il testo che le controparti hanno sottoposto al giudizio e alla firma delle organizzazioni sindacali dal titolo "linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia" contiene elementi non condivisibili.

La CGIL considera non esaurito il confronto, in particolare sul salario, sulla democrazia e sulle normative contrattuali. Il lungo confronto ha determinato, rispetto alle prime stesure, e grazie alla determinazione della CGIL, anche elementi d’avanzamento nella difesa della condizione delle persone e, proprio per questo, il negoziato merita la prosecuzione.
Il giudizio della CGIL resta negativo su alcune parti sostanziali del testo proposto, ritenendo che la scelta del Governo e delle controparti di considerare le condizioni di lavoro l'unica variabile della produttività su cui agire, ha fin dall'inizio segnato negativamente il negoziato, rendendo così la produttività da scelta strategica per lo sviluppo del Paese a riduzione del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici.
Nel merito del testo.
La CGIL continua a ritenere che il CCNL debba avere la funzione di tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni dell'insieme dei lavoratori e delle lavoratrici di ogni singolo settore, incrementando i minimi tabellari che determinano anche le relative incidenze, mentre il secondo livello (che attualmente riguarda meno del 30% del lavoro dipendente) deve aggiungere risorse legate alla produttività nell'impresa. Per questo abbiamo proposto una formulazione diversa del testo per rendere esplicita la separazione tra i due livelli:
- la garanzia del potere d'acquisto da attuarsi nei rinnovi contrattuali;
- l'introduzione di un altro elemento distinto, che scatterebbe laddove non vi sia la contrattazione aziendale.
Invece la soluzione presente nel testo considera l'indicatore IPCA -già non esaustivo del recupero del potere d'acquisto- indicatore onnicomprensivo del primo e secondo livello di contrattazione. In questo modo si andrebbe alla differenziazione dei minimi salariali e alla riduzione della protezione del potere d'acquisto delle retribuzioni.
Questa scelta ha un ulteriore effetto recessivo, visto il già presente impoverimento delle retribuzioni e relative contrazioni dei consumi, e perde l'effetto di incentivazione della produttività a fronte di fattori organizzativi e di investimenti che le rendessero disponibili.
La scelta operata dopo l'accordo separato del 2009 con la stagione contrattuale successiva ha recuperato, in parte, una stagione unitaria e, in quei casi, ha determinato nei rinnovi contrattuali, la tutela del potere d'acquisto e l'incentivazione del secondo livello. Nel momento in cui si vuole affrontare un nuovo intervento sul modello contrattuale, non solo è sbagliato non costruirlo unitariamente, ma tutta l'attenzione avrebbe dovuto porsi rispetto alle categorie più deboli, quali ad esempio quelle che operano in regime di appalti, settori nei quali diminuiscono le retribuzioni e si disdicono gli accordi aziendali di secondo livello.
Per questo fin dall'inizio del confronto, per evitare anche gli errori del 2009, abbiamo posto, a premessa del negoziato, il tema della democrazia e della rappresentanza in termini applicativi del 28 giugno 2011 con Confindustria ed estensivi per le altre Associazioni d'impresa.
A distanza di più di un anno della sottoscrizione con Confindustria questa era un'occasione utile per determinare un avanzamento nella sua reale applicazione attraverso l'esplicitazione delle modalità con cui certificare la misurazione del numero degli iscritti ed iscritte ad ogni singola organizzazione sindacale (tramite convenzione con l'INPS) e la modifica nelle modalità di elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie che deve avvenire su base esclusivamente proporzionale ai voti raccolti da ogni organizzazione, al fine di poter determinare -sulla base di questi due elementi- la reale rappresentatività di ogni organizzazione. Tale misurazione ha anche lo scopo - anch'esso previsto dal 28/6 ma non ripreso nel testo attuale – di determinare la titolarità di ogni organizzazione a stare ai tavoli di trattativa contrattuale, laddove un'organizzazione rappresenti più del 5% del totale. Ed è su questa base che la CGIL ha posto il tema di superare il "vulnus democratico" per quanto riguarda il tavolo del negoziato contrattuale dei meccanici. È evidente che la possibilità di partecipare al tavolo della FIOM-CGIL non determina di per sé la possibilità di concludere unitariamente il rinnovo contrattuale, ma ripristina il diritto- dovere di un'organizzazione sindacale di rappresentare tutti e tutte coloro che, tramite iscrizione o voto, l'hanno delegata.
Così come nel 2011 lo spostamento del peso della contrattazione sul secondo livello ha comportato l'introduzione e la definizione di procedure democratiche, anche al fine dell'esigibilità degli accordi, ora che si vuole il ridisegno del modello contrattuale con materie proprie del primo e del secondo livello, è quanto mai necessario definire la cornice di regole democratiche per l'insieme dei lavoratori e delle lavoratrici.
Infine il punto 7 del testo, seppur migliorato rispetto alle iniziali richieste delle controparti, determina la forte preoccupazione che vi sia la volontà di intervenire peggiorando le condizioni dei lavoratori. Un esempio per tutti riguarda la materia del demansionamento, laddove, anche a fronte di modifiche legislative in materia di età pensionabile, si ritiene che nella contrattazione e/o con una legislazione di sostegno si possa intervenire per una riduzione della qualifica professionale, con relativa riduzione della retribuzione. Sostanzialmente da una parte si plaude alla riforma delle pensioni come necessaria per tenere in equilibrio i conti pubblici, dall'altra sulle stesse persone si produce un ulteriore danno non solo nella retribuzione ma anche nel riconoscimento della professionalità.
Sempre nello stesso punto si fa implicito riferimento alla possibilità di modificare l'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori che vieta il controllo a distanza della prestazione lavorativa, in ragione delle nuove tecnologie, che già per lo Statuto è materia propria della contrattazione aziendale.
In materia di bilateralità, pur avendo accolto una richiesta avanzata dalla CGIL che prevede che l'eventuale detassazione del sistema di welfare parta dalla previdenza complementare, in quanto forma che raccoglie una platea più ampia di lavoratori e lavoratrici, resta sostanzialmente invariato il capitolo, laddove si prevede la possibile detassazione anche sui sistemi di welfare aziendale oltre che nazionale, prevedendo per questa via una ulteriore divaricazione tra coloro che godono di un sistema di protezione e coloro che ne sono privi, oltre che rischiare di sancire il principio che prestazioni pubbliche, quali la sanità e il welfare, possano trovare forme complementari a minor costo solo per una parte di popolazione, o sottraendo risorse pubbliche a beneficio di tutti e tutte. Inoltre è del tutto discutibile che la strada scelta dell'incentivazione dei premi di produttività, attraverso la defiscalizzazione, possa essere riprodotta per qualunque materia contrattuale.
Sulla base di queste brevi considerazioni la CGIL ha provato nella giornata di venerdì scorso ad evidenziare alle associazioni imprenditoriali le ragioni di merito del dissenso, auspicando di poter proseguire il confronto ed evitando così di far precipitare la situazione in un accordo sindacale separato, che continuiamo anche oggi a ritenere non sia positivo per nessuno. La decisione di inviare un testo conclusivo del negoziato riteniamo sia un errore e per quel che riguarda la CGIL si ribadisce la volontà di proseguire tenacemente la ricerca e si sottolinea che tutte le materie lì indicate debbono tradursi in accordi nei singoli settori delle categorie.
Ulteriore ragione per determinare regole democratiche, perché tutto ciò non infici i rinnovi contrattuali aperti e perché non si determini, in nome e per conto del Governo, una nuova stagione di divisione.


fonte: www.cgil.it

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mercoledì 7 novembre 2012

SCIOPERO GENERALE DI 4 ORE MERCOLEDI 14 NOVEMBRE


(clicca sull'immagine per ingrandirla)

Sciopero Generale

“Per il Lavoro e la solidarietà – NO all’austerità”


14 novembre 2012
(ultime 4 ore di ogni turno nell’arco delle 24 ore)

La CGIL ha proclamato lo sciopero generale di 4 ore insieme alla confederazione europea dei sindacati.
I tagli a salari e protezione sociale rappresentano attacchi al modello sociale europeo ed aggravano disuguaglianza ed ingiustizie sociali con conseguente stagnazione economica che determina una recessione con blocco della crescita ed aumento esponenziale della disoccupazione.
Per queste ragioni in ogni capoluogo di provincia si svolgeranno manifestazioni per chiedere un cambio di rotta.

A LATINA

SI SVOLGERA’ UNA MANIFESTAZIONE/PRESIDIO

DALLE ORE 10.00 ALLE ORE 12.00

SOTTO LA PREFETTURA DI LATINA
PIAZZA DELLA LIBERTA’.


martedì 24 luglio 2012

Le ambizioni tradite della riforma Fornero


Il governo si prefiggeva a parole obiettivi importanti, ma poi ha proseguito nell'opera di normalizzare il precariato iniziata nel 2003. Più che una riforma ordinaria, servirebbe un piano straordinario 
di Patrizio Di Nicola*
Le ambizioni tradite della riforma Fornero (foto di Attilio Cristini) (immagini di (foto di Attilio Cristini))
Entra in vigore il 18 luglio (almeno per alcune parti) la legge 92/2012, la riforma del mercato del lavoro fortemente voluta dal governo tecnico in carica. Si tratta, va ricordato, della terza di una serie di interventi che dovevano essere strutturali e risolutivi, ma che si inseguono, modificandosi, da tre lustri: il “Pacchetto Treu” (legge n. 196 del 1997), la “Legge Biagi” (legge n. 30 del 2003), e ora la “Riforma Fornero”. 


Nel presente articolo chi scrive cercherà di ragionare attorno alla riforma da un punto di vista puramente sociologico, tenendo quindi conto degli effetti che essa potrà avere sui soggetti coinvolti (i lavoratori, ma anche le imprese) e del rapporto tra utilità ed efficienza sociale della nuova normativa. Per far ciò non analizzeremo punto per punto l’articolato: a questo si sono dedicati esimi giuristi, contribuendo non poco a mettere in risalto i punti deboli, anche sotto il profilo della tecnica legislativa e della procedura processuale. Il nostro approfondimento, invece, si limiterà allo studio del primo comma dell’articolo 1 della norma, che riassume lo scopo della legge, quindi la filosofia (e a volte l’ideologia) che la anima. Ciò sarà indispensabile per capire se gli obiettivi fissati sono stati o meno raggiunti. 



Si inizi con il dire che la legge è molto ambiziosa, in quanto vuole “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione” (comma 1, primo capoverso). Nessuno può essere contrario a tali obiettivi: tutte le riforme che si sono succedute erano intese ad allargare la partecipazione al lavoro (l’Italia, tra i paesi Ue, è quello con i tassi di attività più bassi), ridurre la disoccupazione giovanile (che oggi, come ai tempi del “Pacchetto Treu”, e nonostante le varie riforme, supera ancora il 30%), aumentare le possibilità di reimpiego dei lavoratori adulti che hanno perso il posto di lavoro. 



Quest’ultima condizione, in particolare, diviene cruciale per ottenere una riforma che incida davvero: se un cinquantenne rimasto disoccupato non riesce a trovare un lavoro in un tempo ragionevole non potrà che essere assistito dal sistema del welfare.Reimpiegare un adulto è difficile per tre cause congiunte: l’interesse delle imprese a sostituire i lavoratori dipendenti più anziani con precari giovani, scolarizzati e meno costosi; l’incapacità dei Centri per l’impiego pubblici che, troppo burocratizzati, non riescono a divenire efficienti canali di ingresso nel lavoro; il mancato interesse al tema dei lavoratori anziani da parte delle agenzie di collocamento private, che assecondano le richieste di mercato, e quindi si concentrano sui giovani, una “merce” più facile da gestire.



Quanto sopra evidenzia la prima forte contraddizione della riforma: da una parte essa invoca una maggiore dinamicità del lavoro, dall’altra non fa nulla per migliorare le strutture che operano sul mercato. Al contempo stringe i cordoni della borsa, e la nuova indennità di disoccupazione (l’Aspi) erogherà contributi di minor importo e per un minor tempo. In pratica, la nuova legge lascerà presto i disoccupati al loro destino. È un comportamento che si può leggere perfettamente alla luce delle ideologie neo-liberiste: chi rimane disoccupato ha una buona parte di colpe (poteva essere più disponibile verso l’azienda, ad esempio) e se in 12 mesi (18 per i più anziani) non trova un altro impiego, se ne deve concludere che non si impegna abbastanza per lavorare. Per stimolarlo meglio bisogna ridurgli l’indennità di disoccupazione come fa la legge. Con un siffatto pungolo, come insegnano i paesi anglosassoni, sarà meno selettivo nella ricerca di lavoro. 



Ma in che modo la legge vuole raggiungere i propri alti scopi? Anzitutto “favorendo l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato, cosiddetto ‘contratto dominante’, quale forma comune di rapporto di lavoro”. Obiettivo condivisibile, ma oggettivamente non raggiunto, in quanto da una parte la legge non sfoltisce le tipologie contrattuali previste dalla riforma precedente, dall’altra rende più facile, tramite la revisione dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori, il licenziamento. 



Risulta sinceramente difficile a chi scrive capire il nesso logico tra maggiore stabilità dell’impiego e crescita economica, forme contrattuali a termine, estensione dei voucher per il lavoro accessorio e licenziamenti. La parte di normativa su questi ultimi, tra l’altro, ha scontentato anche gli imprenditori. Per i capi azienda la necessità era chiara: possibilità di licenziare chiunque senza stare troppo a giustificare i motivi (il caso Fiat fa scuola), pagando un “fee d’uscita” per evitare cause giudiziarie lunghe e incerte nell’esito. 








La legge, invece, demanda ancora più decisioni al giudice – creando peraltro un discreto caos: si pensi al concetto di “causa di licenziamento manifestamente insussistente” che diverrà argomento di tesi per le prossime generazioni di studenti di diritto del lavoro. Per venire incontro alla necessità di definire le controversie in un tempo ragionevole la legge introduce un rito “Speedy Gonzales”, che dovrebbe garantire il completamento di una causa, dalla prima udienza al ricorso in Cassazione, in sei mesi o poco più. Ma, sinceramente, come ci si può credere? I tribunali, per correre a tale velocità, avrebbero bisogno di nuovo personale e tecnologie, proprio mentre il governo con la spending review (meglio però ribattezzarla cutting review, visto che taglia soltanto, mentre una seria revisione avrebbe dovuto incidere sull’efficienza e l’efficacia della macchina statale) ha appena deciso la chiusura di quasi mille uffici giudiziari.



Per quanto riguarda i precari, invece, la legge ha completamente travisato il principio, affermato da più parti negli ultimi anni, che “il lavoro flessibile” deve costare di più di quello stabile. Chi ha portato avanti tale posizione – tra cui lo scrivente – intendeva sostenere che a questi lavoratori andava assicurata, proprio in virtù della precarietà del rapporto di lavoro, almeno una retribuzione migliore, così di attivare una sorta di scambio se non virtuoso, almeno non troppo penoso. L’intervento della riforma, invece, tende ad aumentare il costo del lavoro, non le retribuzioni, che invece ne potrebbero uscire ulteriormente ridotte. 



L’aumento dell’aliquota previdenziale per i parasubordinati, che raggiungerà in pochi anni il 33% del reddito (24% per i pensionati), specialmente in un periodo di crisi economica, sarà “girato” da molte aziende in capo ai lavoratori, annullando gli eventuali guadagni dovuti all’aumento derivante dalla fissazione – questa una vera nota positiva – della retribuzione minima, che si applica però solo ai collaboratori a progetto e non anche ai co.co.co che operano nella pubblica amministrazione e alle altre tipologie di precari. Un’ultima incongruenza va segnalata per i titolari di partita Iva: in questo caso la lotta all’abuso, che consiste nel far aprire forzosamente una posizione Iva a persone che svolgono lavori da dipendenti, viene condotta con armi spuntate. 



La norma prevede la conversione in contratti a progetto di tutti i rapporti che abbiano almeno due delle seguenti caratteristiche: durata del rapporto superiore a 8 mesi; postazione di lavoro presso l’azienda; 80% del reddito annuale percepito da una sola azienda. Ma tali regole si applicano solo se il professionista non ha “competenze teoriche di grado elevato” (non è un laureato? un diplomato?) o guadagni meno di 18 mila euro lordi l’anno. Che considerando Iva, previdenza e tasse diventano 800 euro mensili, un po’ poco per considerare il lavoratore, anche se giovane, un vero professionista. Sull’altro versante, invece, i veri lavoratori autonomi non potranno che lamentarsi, in quanto l’aumento contributivo al 33% li renderà i professionisti che pagano la maggiore aliquota in Italia e ottengono le minore tutele previdenziali. 



In conclusione, ci pare di poter dire che la nuova legge costituisce una mera conferma del processo di “normalizzazione della precarizzazione” del lavoro iniziato nel 2003. Senza neanche rappresentare un significativo passo avanti anche in questo senso. In piena sincerità, il fatto che non sia piaciuta né alle parti sociali né ai partiti che pure l’hanno votata (seppur giurando al proprio elettorato di modificarla appena possibile), non vuol dire, come ha affermato il professor Monti in un’intervista americana, che si muova su di una linea di equilibrio, ma semplicemente che è inutile. 



O quasi: se si voleva uno “scalpo” da gettare sul tavolo degli inutili summit europei in risposta alla lettera della Bce inviata al governo Berlusconi ad agosto, lo si è ottenuto. A che costi, lo sapremo solo quando, a primavera del prossimo anno. il nuovo governo eletto – qualsiasi sia il suo colore politico – la modificherà. Intanto in Italia si continuerà ad aver bisogno, più che di una riforma ordinaria, di un piano straordinario che rilanci l’attualità del lavoro come valore. L’identità che nasce dal lavoro è certamente parziale, ma non è obsoleta e il lavoro deve tornare a costituire un elemento fondamentale per la creazione di senso del futuro. In fin dei conti è solo tramite il riconoscimento di sé come lavoratori che le persone – giovani e anziani senza contrasti generazionali – possono riappropriarsi della cittadinanza attiva in una società che valorizza competenze e merito.



(* docente di Sociologia dell’organizzazione Università La Sapienza di Roma)


FONTE: Rassegna.it 
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venerdì 13 aprile 2012

20 APRILE: SCIOPERO GENERALE DI 4 ORE





(CLICCA SULLE IMMAGINI PER INGRANDIRLE)

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Si è svolta a Roma la Manifestazione contro la riforma delle pensioni

Pensioni: Camusso, il Governo ci convochi e ci dica i numeri veri
Sindacati in piazza contro la riforma delle pensioni, “basta promesse, è il momento di trovare risposte per le migliaia di persone senza lavoro, redditi e pensione”. Per Camusso, a conclusione della manifestazione: "se il governo dovesse confermare che sono 65mila gli esodati, cioè gli stessi già annunciati tre mesi fa, non resta che una strada: chiedere le dimissioni del presidente dell'INPS che non ha il coraggio di dire i numeri reali e sta rifiutando tante domande di pensione” - FOTO del corteo
» Ascolta l'intervento del Segretario Generale della CGIL - Il diario delle mobilitazioni
13/04/2012 Condividi su:  condividi su Facebook condividi su Twitter
La lotta proseguirà fino a che il Governo non convocherà un incontro con i sindacati per garantire a tutti il diritto alla pensione e al lavoro. E' l'impegno assunto oggi in piazza a Roma da CGIL, CISL e UIL in occasione della manifestazione nazionale. Una piazza unita, colorata dalle bandiere delle tre Confederazioni per dire al Governo 'Basta promesse' è il momento di trovare risposte immediate per tutti coloro che, a seguito di una riforma delle pensioni pensata semplicemente per fare cassa, si sono trovati senza un futuro e senza un presente.
Migliaia di lavoratori e lavoratrici hanno risposto così all'appello dei sindacati e da tutta Italia sono arrivati a Roma per la manifestazione nazionale contro la riforma delle pensioni. Da Piazza della Repubblica, il corteo aperto dallo striscione 'Basta promesse per chi è rimasto senza lavoro, reddito e pensione', ha percorso via delle Terme di Diocleziano, Via Amendola, via Cavour, Via dei Fori Imperiali, Piazza Venezia per poi riempire Piazza SS. Apostoli dove sono intervenuti i leader dei sindacati CGIL, CISL, UIL, Camusso, Bonanni, Angeletti
Il Governo deve avere il coraggio di fare un passo indietro e non racconti numeri finti”. Così il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, aprendo il suo intervento dal palco allestito in piazza SS. Apostoli, replica al ministero del Lavoro che ieri ha fornito i dati sul numero degli esodati, appena 65mila: “troppi fantasmi” avverte Camusso, secondo la quale il Governo avrebbe "cancellato" dai suoi calcoli centinaia di migliaia di persone. All'esecutivo la leader della CGIL chiede di riaprire un confronto, “deve sapere - afferma - che ad ognuna di queste persone bisogna dare una soluzione previdenziale”. Se il governo dovesse confermare che sono 65mila gli esodati, cioè gli stessi già annunciati tre mesi fa, per Camusso “non resta che una strada: chiedere le dimissioni del presidente dell'INPS, incapace di governare le condizioni e i contributi dei lavoratori. Non ha il coraggio - aggiunge - di dire i numeri reali e sta rifiutando tante domande di pensione”.
Per una riforma più equa sul piano sociale, il Segretario Generale della CGIL individua alcune “soluzioni tecniche”. “Se è vero che esistono e continuano ad esistere nel nostro Paese tante pensioni d'oro, se è vero che esistono tanti dirigenti pubblici che hanno accumulato e continuano ad accumulare grandi stipendi e risorse, se è vero che sono in tanti a possedere grandi redditi e grandi ricchezze, da li si trovino le risorse” spiega Camusso dal palco, perchè, prosegue “equità per noi significa dare a chi ha di meno e non continuare a difendere chi ha di più”.
Basta quindi fare cassa con i lavoratori dipendenti e i pensionati. “Non si salva il Paese senza salvare gli italiani, e cioè i lavoratori”, con queste parole il Segretario Generale della CGIL conclude la manifestazione in piazza SS. Apostoli.

GUARDA ALCUNE FOTO DELLA MANIFESTAZIONE

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venerdì 6 aprile 2012

Nota della Segreteria Nazionale della CGIL sulla riforma del mercato del lavoro



Dato l’ingiustificato ritardo con cui il Ministero del Lavoro ha reso pubblico il testo ufficiale del Ddl sul Mercato del Lavoro, la Segreteria Nazionale della CGIL esprime prime valutazioni di ordine generale, rinviando le osservazioni specifiche a un futuro più compiuto esame dell’articolato in essere.

  • La riconquista dello strumento del “reintegro” nel caso di licenziamenti economici insussistenti è un risultato positivo che ripristina un principio di civiltà giuridica.

Ciò insieme alla velocizzazione dell’iter di giudizio, il permanere dell’onere della prova sull’impresa, al ruolo del sindacato nella conciliazione ricostituiscono il potere di deterrenza dell’art. 18 e scongiurano la pratica dei licenziamenti facili a indennizzo economico che Governo e Confindustria intendevano introdurre;

  • Il Governo aveva chiuso la consultazione con le parti sociali imponendo un testo che escludeva il reintegro per i licenziamenti economici. Ora è dovuto tornare indietro: si tratta di un importante risultato della CGIL, della mobilitazione unitaria dei lavoratori, del consenso che si è sviluppato nel Paese sul tema della dignità del lavoro, a cui  hanno prestato ascolto le forze politiche progressiste più sensibili alle tematiche sociali;
  • Il Ddl pomposamente definito “Riforma del Lavoro in una prospettiva di crescita” contiene forse la Riforma ma non la prospettiva di crescita.

Sul tema della precarietà la distanza tra il testo presentato rispetto agli annunci propagandistici del Governo sono evidenti e rischiano di arretrare i risultati ottenuti nel confronto con le Organizzazioni Sindacali.

  • Sul tema degli ammortizzatori, l’articolazione dei fondi allontana l’idea di universalità, così come non c’è risposta inclusiva per i lavoratori discontinui.

In ragione di questo giudizio, dei risultati raggiunti e delle tante questioni aperte la CGIL conferma la necessità di una forte iniziativa, che proporrà anche a CISL e UIL, con al centro:

  • presidiare la discussione sul Ddl al fine di migliorarlo a partire da precarietà e ammortizzatori;

  • ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente e i pensionati;

  • ottenere provvedimenti per la crescita economica e la creazione di posti di lavoro.

Sulla base di queste priorità il prossimo Direttivo della Cgil definirà il calendario e le modalità della prosecuzione della mobilitazione.

Intanto le strutture della CGIL sono impegnate nella preparazione della manifestazione del 13 aprile a contrasto degli effetti della riforma pensionistica.

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martedì 3 aprile 2012

Per cambiare la legge contro i licenziamenti: Firma anche tu!



Si intensifica la mobilitazione della CGIL contro la riforma del mercato del lavoro: numerose le assemble, scioperi, presidi e volantinaggi. Al via la raccolta firme perchè 'Il lavoro non è una merce, il lavoro è una persona'. Nei prossimi giorni sarà possibile firmare online su CGIL.it - Leggi l'appello 
» Pensioni: sindacati in piazza il 13 aprile per i diritti 
» Articolo 18 e non solo. Domenica la CGIL volantina davanti alle Chiese Scarica il Volantino
02/04/2012 Condividi su:  condividi su Facebook condividi su Twitter
Con le parole d'ordine: 'I lavoratori non sono una merce, i lavoratori sono persone, il lavoro chiede dignità, i diritti tutelano la dignità delle persone' si intensificano le iniziative di mobilitazione promosse dalla CGIL contro la riforma del mercato del lavoro che ha appena iniziato il suo iter parlamentare. Una mobilitazione che come già annunciato dalla CGIL sarà “dura e articolata” e vedrà tra i suoi momenti più 'caldi' le 16 ore di sciopero. Intanto la CGIL ha avviato una raccolta firme per cambiare la legge sui licenziamenti.

Numerose le assemblee e le ore di sciopero che si stanno susseguendo in questi giorni nei luoghi di lavoro. Iniziative che si affiancano ad un'intensa attività d'informazione e coinvolgimento fatta di presidi, volantinaggi fuori e dentro le fabbriche, davanti alle Chiese, nelle piazze, davanti i negozi. Una campagna di comunicazione a tappeto per informare lavoratori, pensionati, cittadini, giovani per ricordare che: “Il lavoro non è una merce il lavoro è una persona”.

Per cambiare la legge sui licenziamenti la CGIL ha avviato una raccolta firme chiedendo a tutti i lavoratori e le lavoratrici,a pensionate e pensionati, ai precari, ai disoccupati, agli studenti e a tutti i cittadini di sottoscrivere un appello “per il valore sociale del lavoro, per la buona occupazione, per la tutela dei diritti fondamentali a partire dallo statuto dei Lavoratori e delle norme contro i licenziamenti illeggitti”. Per chiunque volesse dare il suo sostegno potrà farlo recandosi nelle Camere del Lavoro della CGIL e firmando l'appello. Inoltre nei prossimi giorni sarà possibile firmare on-line su CGIL.it Il Portale del Lavoro

Prossima mobilitazione della CGIL è in programma per venerdì 13 aprile al fianco di CISL e UIL contro la riforma delle pensioni e per chiedere al Governo di risolvere immediatamente “l'emergenza sociale determinata dall'approvazione della riforma ridando alle lavoratrici e ai lavoratori la certezza del diritto alla pensione” e per chiedere, continua la CGIL, “di ripristinare le norme sul trasferimento gratuito della contribuzione all'INPS come unico vero atto di equità rispetto a lavoratrici e lavoratori che hanno sempre versato la contribuzione”.

La CGIL quindi è impegnata in una straordinaria iniziativa per i diritti dei precari e dei giovani, per rivendicare ammortizzatori universali e affinchè un lavoratore licenziato senza giusta causa o motivo possa essere reintegrato. Per dare forza a queste iniziative la CGIL invita tutti e tutti a sostenere le mobilitazioni in programma, a partire dalla raccolta firme.



fonte: www.cgil.it

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lunedì 26 marzo 2012

MANIFESTAZIONE LUNEDì 26 MARZO 2012- alcune immagini

SI è SVOLTA STAMATTINA A CISTERNA LA MANIFESTAZIONE INTERCATEGORIALE DELLA CGIL A DIFESA DEL LAVORO, DEI DIRITTI, DEL SALARIO, DELLA DIGNITA' DEI LAVORATORI E DEI CITTADINI:


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giovedì 22 marzo 2012

La CGIL si prepara a una mobilitazione dura che cambi le norme del governo

21/03/2012 | 
“I provvedimenti del governo sul mercato del lavoro, uniti alle precedenti scelte contengono un evidente tratto di ingiustizia verso lavoratori e pensionati e ripercorrono le strade di altri paesi sul superamento del modello sociale europeo. Il governo punta a imporre un ruolo residuale del sindacato confederale italiano e delle forze sociali e a introdurre un modello assicurativo individuale al posto del patto sociale storico”. Così Fulvio Fammoni, Segretario Confederale della CGIL, ha introdotto i lavori del Direttivo della CGIL riunito a Roma per discutere le contromosse del sindacato.

“Nel corso dei tre anni di governo Berlusconi – ha spiegato Fammoni - abbiamo svolto un ruolo fondamentale: abbiamo tenuta aperta la speranza di cambiare. Ora dobbiamo passare ad una fase diversa dobbiamo ottenere risultati tangibili e mirare ad un disegno sociale e culturale alternativo: il primo nostro obiettivo è la modifica in parlamento delle norme proposte dal governo a partire da quelle sull'articolo 18”.

Fammoni ha analizzato punto per punto tutte le proposte del governo per la riforma del mercato del lavoro, smontando anche molte delle affermazioni dello stesso governo in particolare sui giovani e gli ammortizzatori. Al contrario moltissimi sono i punti ancora non risolti, soprattutto per quanto riguarda l'accesso dei giovani e per quanto riguarda l'universalità degli ammortizzatori sociali.

“Con le nuove norme – ha detto Fammoni – è molto facile prevedere che nei prossimi due/tre anni si avvii un vero e proprio processo di espulsione di massa di lavoratori ultracinquantenni che si troveranno senza lavoro e senza aver raggiunto i requisiti per la pensione. Con la fine prospettata della mobilità ci sarà un incentivo oggettivo ad espellere il maggior numero di lavoratori e le norme sul lavoro si mescoleranno a quelle sulla pensione. Migliaia di persone potrebbero così restare senza lavoro e senza pensione”.

Fammoni ha criticato anche i meccanismi di accesso alla nuova Aspi e la necessità di fare di più per la cancellazione delle variegate forme di contratto falso autonomo, che nascondono lavoro subordinato a tutti gli effetti.

Fammoni ha anche spiegato che il ruolo del sindacato nel corso della trattativa ha portato comunque a risultati. “Abbiamo introdotto il tema della crisi e dell'emergenza occupazione, spostato la fine degli ammortizzatori in deroga oltre il 2012. Abbiamo ottenuto che la Cassa integrazione straordinaria fosse mantenuta, mentre l'ipotesi iniziale era la sua cancellazione, una transizione di 5 anni".

Altri risultati sono in tema di stage, tirocini con la cancellazione di una delle forme più precarizzanti come gli associati in partecipazione ma le proposte del governo sui licenziamenti facili e sulla cancellazione dell'istituto della mobilità non vanno bene, così come occorre un vero sistema universale di ammortizzatori sociali. Per questo la CGIL si farà carico di una sua proposta da presentare in Parlamento per cambiare quella del governo.

In ogni caso la CGIL è già pronta a dare battaglia contro le norme proposte dal governo per la riforma del mercato del lavoro e in particolare per l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Una mobilitazione che sarà dura e articolata e che punta a ottenere risultati concreti durante il dibattito parlamentare della riforma. “Non sarà la fiammata che si esaurisce in un giorno che il governo ha messo in conto e abbiamo il dovere di portare a casa dei risultati prima che si avvii un biennio di espulsioni di massa nelle aziende”, ha detto oggi Fulvio Fammoni, segretario confederale, introducendo la riunione in corso del Direttivo nazionale.

Ecco una prima scaletta di massima delle iniziative:

1) Petizione popolare per raccogliere milioni di firme
2) Iniziative specifiche con i giovani per contrastare le norme sbagliate sul precariato
3) Campagna nazionale a tappeto di informazione in tutti i territori
4) Prime mobilitazioni nei posti di lavoro e nei territori
5) Assemblee in tutti i luoghi di lavoro
6) Avvio del lavoro con la Consulta giuridica per i percorsi legali (ricorsi, ecc)
7) 16 ore di sciopero: 8 per le assemblee e iniziative specifiche e 8 ore in un'unica giornata con manifestazioni territoriali e assemblee nei posti di lavoro. La data sarà definita sulla base del calendario della discussione in Parlamento.

fonte: www.cgil.it 
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MANIFESTAZIONE LUNEDì 26 MARZO 2012



PARTECIPIAMO TUTTI ALLA MANIFESTAZIONE CHE PARTIRA' DAL PIAZZALE DELLA FINDUS E SI SVILUPPERA' PER LE STRADE DI CISTERNA DI LATINA 
ORMAI L'ATTACCO AL LAVORO E AI LAVORATORI HA RAGGIUNTO LIVELLI INSOSTENIBILI

LA CGIL C'è

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giovedì 8 marzo 2012

NASCE LO "SPORTELLO SOCIALE"


L' AUSER di Latina, ha avviato un progetto con la Federconsumatori e la Lega SPI di Latina, che prevede la messa a disposizione per i nostri iscritti, di uno "Sportello Sociale".
Attraverso un numero verde, si possono avere una serie di servizi tra i quali: -avere aiuto su come orientarsi nella giungla dei servizi che il Comune e la ASL mettono a disposizione dei cittadini, essere accompagnato alle visite medico/specialistiche/ diagnostiche etc....- usufruire di piccoli servizi di assistenza medico- infermieristica,- avere un aiuto per piccole riparazioni domestiche e tanto altro ancora!!!!

Ci serve il vostro aiuto, sia per reperire volontari che ci possano dare una mano, sia per diffondere l'informazione a tutti i lavoratori, che potrebbero avere parenti che hanno bisogno di questo tipo di servizio.






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sabato 25 febbraio 2012

Articolo 18 e Precarietà: facciamo a capirci!



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Sostegno al reddito per i lavoratori somministrati

Importante notizia per tutti coloro che hanno prestato attività lavorativa in somministrazione negli anni 2010-2011. Controllate se siete in possesso dei requisiti per poter ottenere il pagamento e divulgate il comunicato a tutti i possibili beneficiari di vostra conoscenza. Le strutture della CGIL (in particolare il NIdiL) sono a disposizione per fornirvi aiuto.


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martedì 7 febbraio 2012

Lavoro: Camusso, senza accordo la riforma sarebbe ingiusta

Il Segretario Generale della CGIL in una intervista all'ANSA parla delle trattative con il Governo e delle polemiche “insopportabili e stucchevoli” sul posto fisso e sulle troppe tutele. “Sull'articolo 18 reagiremo insieme a CISL e UIL”. Il 2012 anno di piena recessione: il vero allarme è la disoccupazione. Una proposta innovativa sulle pensioni d'oro e i titoli di Stato - Leggi l'intervista completa
» Lavoro: CGIL a Monti, parlare di troppe tutele sbagliato e offensivo
04/02/2012 Condividi su:  condividi su Facebook condividi su Twitter

La riforma del mercato del lavoro ''senza l'accordo sarebbe ingiusta e inadeguata ai problemi''. Lo afferma il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, in una intervista rilasciata oggi (sabato 4 febbraio) all'agenzia di stampa ANSA. Il carattere ingiusto di una eventuale riforma senza accordo è dimostrato, spiega Camusso, dalla ''cosiddetta riforma delle pensioni che ha moltiplicato i problemi sul lavoro, prodotto ingiuste violenze e non ha neanche offerto una prospettiva ai giovani''.

Il 2012 sarà un anno ''di piena recessione. La prima e più grave preoccupazione è la disoccupazione che crescerà ancora determinando parallelamente una crescita ulteriore di quelli senza tutele''. ''Mi riferisco ai giovani, alle donne, ai lavoratori ultra cinquantenni – spiega all'ANSA il Segretario Generale – e si produrrà nuova frammentazione del mercato del lavoro. Per questo la crescita non può continuare ad essere rinviata, non vorremmo che si pensasse ad una 'fase tre''.

Rispetto alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Mario Monti, il Segretario Generale ha detto che ''questa polemica sul posto fisso, sulla sua presunta monotonia, è stucchevole e insopportabile''. ''Soprattutto in una stagione così difficile, bisognerebbe essere rispettosi di chi cerca un lavoro disperatamente e non ha certo tempo di annoiarsi''. Sempre rispondendo all'ANSA, il leader della CGIL ha ironizzato sulla battuta del Presidente del Consiglio: ''Immagino che il professor Monti sia in grado di farci un elenco di quali sarebbero le troppe tutele perché, nonostante gli sforzi, non le vediamo''. ''Siamo di nuovo di fronte ad uno stesso ritornello, questo sì monotono''

Molto chiara anche la posizione della CGIL sui licenziamenti e l'eventuale attacco allo Statuto dei lavoratori. ''Abbiamo detto con chiarezza perché l'articolo 18 non è un tema della trattativa – spiega Susanna Camusso - non si deve cambiare. Chi continua a proporlo manifesta la sua volontà di non fare nessun confronto''. Ma su questi temi non c'è da scherzare. ''Quando si dice che l'articolo 18 scoraggia gli investimenti, si fa un'affermazione grave. Soprattutto - aggiunge - per un Presidente del Consiglio che dovrebbe avere come prima funzione quella di presentare positivamente il Paese e promuovere investimenti''. Camusso suggerisce al Presidente Monti di leggere ''le infinite inchieste su ciò che viene giudicato d'ostacolo per investire in Italia: dalla criminalità agli incentivi, dall'incertezza fiscale a quella dei pagamenti''. Rispondendo all'ANSA, il Segretario Generale aggiunge: ''trovo davvero offensivo che si porti avanti una campagna, in un Paese come lo è il nostro in difficoltà per gli effetti di una crisi generata dalla finanza, dai non investimenti sul lavoro, di continui attacchi al lavoro''. Sempre in tema di licenziamenti, Susanna Camusso dice che ''sostenere, come fa la ministra con una strana affermazione, che 'non è giusto legare un lavoratore all'impresa' cosa vorrebbe dire? Che si vuole facilitare la licenziabilita'? Non è assolutamente questo il tema da affrontare e non lo è tanto meno adesso in una fase di recessione''.

In ogni caso sull'articolo 18 la CGIL reagirà insieme agli altri sindacati: "abbiamo un documento con CISL e UIL per questo confronto, sulla base di quello valuteremo e decideremo quali iniziative prendere se il confronto non potesse procedere o ci trovassimo di fronte alla volontà di cambiare le norme sui licenziamenti e sull'articolo 18''.

Riprendendo anche una battuta fatta oggi dal ministro Fornero, Susanna Camusso parla dell'amministratore delegato della FIAT, Sergio Marchionne. Marchionne come Thatcher al maschile? ''Trovo interessante il confronto. La Thatcher di certo non ha portato bene al mondo''. Rispondendo sempre alla Fornero che ha detto di non vedere Susanna Camusso come un avversario, la leader della CGIL dice semplicemente: “vedo il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, come un ministro, la nostra controparte in un confronto difficile. Proprio come è normale che sia''.

In ogni caso si devono ribaltare le priorità. ''La precarietà e la lotta al sommerso – spiega il Segretario Generale - devono essere le vere priorità di questo confronto col Governo se davvero vogliamo dare una risposta ai giovani''. Riferendosi alle parole usate dal ministro Fornero, Susanna Camusso dice che ''la flessibilità buona, se così la si può chiamare è quella collegata ad esigenze vere, per esempio la stagionalità. E' quella rispettosa dei diritti, della retribuzione e della sicurezza del lavoratore. La flessibilità cattiva la vediamo nel finto lavoro autonomo, negli stage non pagati e reiterati, nei contratti a termine che vengono temporaneamente sospesi per poi riprenderli evitando così che si traducano in lavoro a tempo indeterminato''. In generale, ''la flessibilità è cattiva quando le molteplici forme contrattuali, le collaborazioni, il finto lavoro autonomo, sono solo un mezzo per pagare poco il lavoro stesso, rendendolo insicuro e privo di diritti”.
Si tratta anche di cambiare registro in termini di equità. Si potrebbero così sperimentare strade diverse anche su pensioni d'oro e titoli di Stato. ''Il Btp day – dice il Segretario Generale - è stato fruttuoso, allora perché non si decide che le pensioni oltre i 5 mila euro al mese si pagano in titoli e così anche le retribuzioni pubbliche oltre i 150 mila euro l'anno?''. ''Potrebbe essere - aggiunge - un modo per reperire risorse e fare in modo che la parola equità torni ad avere un po' di cittadinanza''.

Vedremo dunque come si procederà nella trattativa con il Governo. ''Ci stupiscano innovando – conclude Susanna Camusso - e non con il trito e ritrito ritornello che licenziare è la soluzione di tutti i mali. Rendere i licenziamenti più facili vuol dire solo produrre più iniquita''. Questo Governo ha fatto comunque di più ''rispetto al nulla del passato'' anche se siamo molto lontani da quello che è stato fatto in Francia e Germania.

(da: 
http://www.cgil.it/ ).

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