lunedì 24 settembre 2012

CONTRATTO CHIMICO-FARMACEUTICO: FATTA L'INTESA

Sabato 22 settembre, tra le associazioni imprenditoriali Federchimica, Farmindustria (entrambi associate a Confindustria) e i sindacati del settore Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uilcem-Uil è stata siglata l'ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto 2013-2015 del settore chimico-farmaceutico (più di 190.000 i lavoratori interessati, impiegati in oltre 1600 imprese, il 90% delle quali piccole e medie), tre mesi prima della scadenza naturale del 31 dicembre 2012. Ora la parola spetta ai lavoratori nelle assemblee sui luoghi di lavoro.



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Si è dimesso il Segretario Generale della Filctem CGIL nazionale

Pubblichiamo la lettera con la quale Alberto Morselli (Segretario Generale della Filctem CGIL nazionale ) ha comunicato le proprie dimissioni.


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domenica 23 settembre 2012

Inaugurazione nuova sede Cgil Latina






 



La CGIL è con te





INAUGURAZIONE NUOVA SEDE DELLA



Camera del Lavoro di Latina

VIA CERVETERI 2/A   LATINA



29 Settembre 2012 ore 16,00



Invito





Alle ore 18,00 dopo l’inaugurazione, se le condizioni atmosferiche lo consentiranno, festeggeremo con musica e gastronomia nei giardini di via Cerveteri, di fronte la sede.


Vi attendiamo numerosi!

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venerdì 14 settembre 2012

Riunione R.S.U. - Direzione Aziendale. (Riposi s...compensativi)


Nella giornata di ieri, su richiesta urgente di alcuni delegati della Filctem CGIL, il Direttore HR Ramacciani ha convocato la RSU per discutere assieme all'Ing Faiola delle problematiche gestionali emerse negli ultimi giorni in relazione alle necessità produttive che stanno coinvolgendo da circa 20 giorni i lavoratori del reparto OTC.Come ricorderete, la D.A. subito dopo Ferragosto ha comunicato la necessità di recuperare alcuni ritardi produttivi proponendo di lavorare in straordinario , con copertura su base volontaria, anche sui 3 turni del sabato e 1 turno di domenica; tempo di recupero stimato: 30 settembre.
Ultimamente sembrerebbe che si stia verificando la "non disponibilità" del personale per i turni di sabato pomeriggio e sabato notte (6° turno settimanale di notte, tra sabato e domenica). Per ovviare a questo "inconveniente", contrariamente agli impegni assunti dall'azienda stessa e alle regole stabilite e condivise assieme alla RSU, la struttura manageriale ha pensato bene di introdurre i riposi compensativi (previsti dall'orario di lavoro vigente) con un preavviso di pochissimi giorni e senza convocare la Rappresentanza Sindacale.
Durante lo svolgimento dell'incontro, caratterizzato spesso da toni aspri e concitati, la RSU ha ricordato alla DA che la programmazione "su base bisettimanale" dei turni, ed in particolare dei riposi compensativi, sta a significare che il lavoratore deve conoscere con almeno 2 settimane di anticipo   i propri impegni lavorativi in modo da poter organizzare degnamente la propria vita privata. L'interpretazione "scorretta" che tende a darne l'azienda è quella che "ti comunico oggi quello che farai nelle prossime 2 settimane" compresa l'ipotesi che "domani sei in riposo compensativo per esigenze produttive"; ed è quello che si stava verificando in questi giorni con l'affissione nelle bacheche aziendali di reparto dei riposi compensativi senza preavviso!
Abbiamo respinto decisamente questa iniziativa improvvisa e unilaterale da parte aziendale, ribadendo quanto condiviso a suo tempo dopo un duro confronto sulla modifica dell'orario di lavoro e ricordando altresì che l'applicazione del riposo compensativo sulla settimana notturna è illegale essendo l'adesione al turno di notte del tutto volontaria.
Abbiamo contestato prima di tutto la capacità gestionale del reparto, mettendo in discussione la reale necessità di avere un certo n° di persone in straordinario di sabato e domenica con talvolta una palese incapacità di organizzare nel modo migliore le risorse a disposizione. Negli ultimi mesi diversi capisquadra del pkg sono stati posti in job rotation in manifattura creando al confezionamento una carenza di figure in grado di gestire le linee, soprattutto in un fase come questa in cui sono usciti molti contrattisti esperti e autonomi , sostituiti da altrettanti nuovi lavoratori a contratto , disponibili e volenterosi ma ovviamente piuttosto inesperti. Abbiamo inoltre sottolineato la inopportunità di "stressare al limite" tali lavoratori con richieste di prestazioni eccessive che non consentono un sufficiente periodo di riposo e recupero psico-fisico: in taluni casi il rischio per la sicurezza e l'incolumità delle persone è decisamente alto! Inaccettabile proseguire in questo modo!
La mancanza o l'insufficienza di una corretta programmazione sia in termini di lotti da produrre che di dislocazione nel mese dei cosiddetti "volontari" fa si che ci siano situazioni caotiche con ritardi che si sommano e scompensi inevitabili tra i turni di straordinario: è ovvio che i lavoratori, potendo scegliere settimanalmente, optano maggiormente per effettuare prestazioni straordinarie la domenica (più conveniente economicamente) oppure il sabato mattina. Una possibile soluzione proposta dalla RSU è stata l'incentivazione del turno di sabato con un buono carburante (es. 20 euro) in modo da diminuire la disparità economica prevista contrattualmente con la domenica. La mancanza totale di disponibilità in tal senso da parte della DA ha contribuito ad irrigidire le posizioni, vista anche la ferma intenzione dell'Ing Faiola di reintrodurre i riposi compensativi nell'immediato per far fronte alla mancanza di personale. La RSU ha così palesato in risposta la possibilità di dichiarare il blocco degli straordinari e invitare tutti i lavoratori ad astenersi dall'assicurare qualsiasi prestazione extra a partire da subito: una situazione che si sarebbe rivelata davvero controproducente per tutti visto che l'obiettivo comune è invece quello di far fronte ai ritardi produttivi e garantire la consegna delle commesse nei tempi concordati col cliente!
Alla fine, con un minimo di buon senso, la DA ha deciso di arrivare comunque alla scadenza del 30 settembre senza la reintroduzione dei riposi compensativi, affermando che, nel caso la necessità si protraesse anche nel mese di ottobre,valuterà per tempo la loro reintroduzione (noi ripetiamo: con 2 settimane di preavviso! e lo ripetiamo soprattutto ai lavoratori, i quali dovranno segnalarci ogni violazione in tal senso!).
Teniamo a precisare che la RSU ha respinto (come bene ha fatto in passato in situazioni analoghe e come farà sempre) la proposta aziendale di erogare (con valutazione unilaterale) a fine anno un "riconoscimento" (non meglio specificato, come al solito..) a color che si saranno dimostrati particolarmente "meritevoli"(?!). Molti lavoratori hanno già potuto sperimentare di persona di quale fattura siano tali impegni da parte aziendale (Ricordate l'es. del Polase di qualche tempo fa?).
Per la cronaca: mentre scriviamo questo post sembra che nel frattempo siano state "reperite" le persone necessarie a coprire i turni di questo sabato.
Quello che teniamo ancora una volta a evidenziare è che ci risulta davvero preoccupante come questa dirigenza non riesca a far fronte a delle esigenze minime in un periodo di carenza di volumi, senza creare tensioni e malumori. Ci chiediamo ancora una volta come potremmo essere pronti ad affrontare le nuove sfide che ci attendono? 
Cosa succederà quando dovremo finalmente iniziare a produrre in modo efficiente i nuovi volumi previsti in arrivo ad Aprilia nei prossimi anni?

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sabato 1 settembre 2012

TSUNAMI "POSITIVO" (Riunione D.A. - R.S.U. 31 Agosto)

Nella giornata di ieri, venerdì 31 agosto 2012, la Direzione Aziendale (presenti Rubbi, Gaddini e Ramacciani) ha convocato la R.S.U per fornire alcuni chiarimenti in merito alle decisioni assunte da Pfizer relativamente all'acquisizione di Ferrosan. Come molti di voi ricorderanno, nella riunione "plenaria" del 2 agosto scorso l'ing. Rubbi comunicò ai presenti che era in corso un P.N.S.(plant network strategy) per stabilire le capacità produttive del network (soprattutto in ambito E.U.) a seguito dell'ingresso degli stabilimenti Ferrosan di Danimarca (Søborg) e Romania (Cluji). Lo stesso Rubbi si era mostrato in quell'occasione molto ottimista affermando che "in tempi brevi"  avremmo avuto delle risposte in merito al probabile trasferimento di prodotti ad Aprilia.
Ebbene, ieri ci è stato comunicato ufficialmente che il sito produttivo danese (200 milioni di euro di fatturato, presente nei mercati scandinavo, russo, polacco e ungherese, con prodotti multivitaminici, probiotici, cosmetici (Imedin) e omega 3, che occupa circa 180 dipendenti) verrà chiuso entro 4 anni e il 95% dei suoi prodotti sarà trasferito ad Aprilia (soltanto l'omega 3 resterà presso i terzisti danesi).
Lo stabilimento romeno (di piccole dimensioni visti gli 80 dipendenti) rimarrà aperto per delle piccole produzioni in collaborazione con Aprilia.
Lo stabilimento danese produce attualmente prodotti solidi per circa 15/16 milioni di confezioni, mentre Aprilia produce circa 60 milioni di confezioni, per cui avremmo un incremento di circa il 25% dei volumi, con un miliardo di cpr di aumento.Ovviamente la chiusura di Søborg non è dovuta a motivi di scarsa efficienza bensì al fatto che i siti "doppioni" generano costi inutili. La scelta è ricaduta su Aprilia in quanto abbiamo dimostrato di essere competitivi sui costi, affidabili verso i clienti e dal punto di vista gmp. Infine la nostra capacità produttiva è attualmente utilizzata a meno del 50%.
In sostanza, per usare le parole dell'Ing Rubbi, le novità di questi giorni si presentano ai nostri occhi come uno "tsunami positivo", è un'operazione che rappresenta il più grande trasferimento in ambito consumer degli ultimi anni.
Certamente i lavoratori sono rimasti soddisfatti dall'apprendere queste novità, anche se ovviamente i tempi di trasferimento delle tecnologie sono mediamente lunghi (4 anni); comunque si tratta di una "boccata d'ossigeno provvidenziale" viste le incertezze degli ultimi tempi.
Infine (a completamento della "positività" dell'incontro) ci sono stati illustrati alcuni progetti ( ancora in fase di elaborazione ) che prevedono il trasferimento ad Aprilia di altri prodotti (legati all'acquisizione della californiana Alacer, ad accordi con Astra Zeneca e...il Baldriparan!). Se tutte queste novità andassero in porto, Aprilia tornerebbe a produrre i volumi del 2004 quando raggiunse il suo massimo storico!
In termini di investimenti occorrerà creare un'area isolata e segregata per i probiotici e si dovrà procedere a studi di capacità che potranno prevedere l'ampliamento di alcuni reparti produttivi. Come R.S.U. abbiamo chiaramente posto l'accento sulla probabile necessità di assumere in maniera "stabile" del nuovo personale evitando quindi il continuo ricorso a "tagli" per far fronte al contenimento dei costi. Rubbi ha affermato che sicuramente qualche considerazione dovrà essere fatta in merito a questo argomento. A questo punto aspettiamo fiduciosi...

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martedì 24 luglio 2012

CHIMICO-FARMACEUTICO: PRONTA LA PIATTAFORMA UNITARIA PER IL RINNOVO DEL CONTRATTO DI LAVORO 2013-2015


L'Assemblea nazionale dei quadri  e delegati  Filctem-Cgil, Femca-Cisl, UilcemUil – riunita a Roma l'11 luglio – ha varato  la piattaforma  per il rinnovo  del contratto   nazionale   di  lavoro  2013-2015   per  gli  oltre  190.000  addetti dell'industria  chimico-farmaceutica,  in  scadenza   il  31  dicembre   2012,  che sarà  immediatamente  presentata  alle  associazioni  imprenditoriali  di
Confindustria  (Federchimica  e  Farmindustria)  per  iniziare   rapidamente  le trattative.



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Le ambizioni tradite della riforma Fornero


Il governo si prefiggeva a parole obiettivi importanti, ma poi ha proseguito nell'opera di normalizzare il precariato iniziata nel 2003. Più che una riforma ordinaria, servirebbe un piano straordinario 
di Patrizio Di Nicola*
Le ambizioni tradite della riforma Fornero (foto di Attilio Cristini) (immagini di (foto di Attilio Cristini))
Entra in vigore il 18 luglio (almeno per alcune parti) la legge 92/2012, la riforma del mercato del lavoro fortemente voluta dal governo tecnico in carica. Si tratta, va ricordato, della terza di una serie di interventi che dovevano essere strutturali e risolutivi, ma che si inseguono, modificandosi, da tre lustri: il “Pacchetto Treu” (legge n. 196 del 1997), la “Legge Biagi” (legge n. 30 del 2003), e ora la “Riforma Fornero”. 


Nel presente articolo chi scrive cercherà di ragionare attorno alla riforma da un punto di vista puramente sociologico, tenendo quindi conto degli effetti che essa potrà avere sui soggetti coinvolti (i lavoratori, ma anche le imprese) e del rapporto tra utilità ed efficienza sociale della nuova normativa. Per far ciò non analizzeremo punto per punto l’articolato: a questo si sono dedicati esimi giuristi, contribuendo non poco a mettere in risalto i punti deboli, anche sotto il profilo della tecnica legislativa e della procedura processuale. Il nostro approfondimento, invece, si limiterà allo studio del primo comma dell’articolo 1 della norma, che riassume lo scopo della legge, quindi la filosofia (e a volte l’ideologia) che la anima. Ciò sarà indispensabile per capire se gli obiettivi fissati sono stati o meno raggiunti. 



Si inizi con il dire che la legge è molto ambiziosa, in quanto vuole “realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione” (comma 1, primo capoverso). Nessuno può essere contrario a tali obiettivi: tutte le riforme che si sono succedute erano intese ad allargare la partecipazione al lavoro (l’Italia, tra i paesi Ue, è quello con i tassi di attività più bassi), ridurre la disoccupazione giovanile (che oggi, come ai tempi del “Pacchetto Treu”, e nonostante le varie riforme, supera ancora il 30%), aumentare le possibilità di reimpiego dei lavoratori adulti che hanno perso il posto di lavoro. 



Quest’ultima condizione, in particolare, diviene cruciale per ottenere una riforma che incida davvero: se un cinquantenne rimasto disoccupato non riesce a trovare un lavoro in un tempo ragionevole non potrà che essere assistito dal sistema del welfare.Reimpiegare un adulto è difficile per tre cause congiunte: l’interesse delle imprese a sostituire i lavoratori dipendenti più anziani con precari giovani, scolarizzati e meno costosi; l’incapacità dei Centri per l’impiego pubblici che, troppo burocratizzati, non riescono a divenire efficienti canali di ingresso nel lavoro; il mancato interesse al tema dei lavoratori anziani da parte delle agenzie di collocamento private, che assecondano le richieste di mercato, e quindi si concentrano sui giovani, una “merce” più facile da gestire.



Quanto sopra evidenzia la prima forte contraddizione della riforma: da una parte essa invoca una maggiore dinamicità del lavoro, dall’altra non fa nulla per migliorare le strutture che operano sul mercato. Al contempo stringe i cordoni della borsa, e la nuova indennità di disoccupazione (l’Aspi) erogherà contributi di minor importo e per un minor tempo. In pratica, la nuova legge lascerà presto i disoccupati al loro destino. È un comportamento che si può leggere perfettamente alla luce delle ideologie neo-liberiste: chi rimane disoccupato ha una buona parte di colpe (poteva essere più disponibile verso l’azienda, ad esempio) e se in 12 mesi (18 per i più anziani) non trova un altro impiego, se ne deve concludere che non si impegna abbastanza per lavorare. Per stimolarlo meglio bisogna ridurgli l’indennità di disoccupazione come fa la legge. Con un siffatto pungolo, come insegnano i paesi anglosassoni, sarà meno selettivo nella ricerca di lavoro. 



Ma in che modo la legge vuole raggiungere i propri alti scopi? Anzitutto “favorendo l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili e ribadendo il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo indeterminato, cosiddetto ‘contratto dominante’, quale forma comune di rapporto di lavoro”. Obiettivo condivisibile, ma oggettivamente non raggiunto, in quanto da una parte la legge non sfoltisce le tipologie contrattuali previste dalla riforma precedente, dall’altra rende più facile, tramite la revisione dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori, il licenziamento. 



Risulta sinceramente difficile a chi scrive capire il nesso logico tra maggiore stabilità dell’impiego e crescita economica, forme contrattuali a termine, estensione dei voucher per il lavoro accessorio e licenziamenti. La parte di normativa su questi ultimi, tra l’altro, ha scontentato anche gli imprenditori. Per i capi azienda la necessità era chiara: possibilità di licenziare chiunque senza stare troppo a giustificare i motivi (il caso Fiat fa scuola), pagando un “fee d’uscita” per evitare cause giudiziarie lunghe e incerte nell’esito. 








La legge, invece, demanda ancora più decisioni al giudice – creando peraltro un discreto caos: si pensi al concetto di “causa di licenziamento manifestamente insussistente” che diverrà argomento di tesi per le prossime generazioni di studenti di diritto del lavoro. Per venire incontro alla necessità di definire le controversie in un tempo ragionevole la legge introduce un rito “Speedy Gonzales”, che dovrebbe garantire il completamento di una causa, dalla prima udienza al ricorso in Cassazione, in sei mesi o poco più. Ma, sinceramente, come ci si può credere? I tribunali, per correre a tale velocità, avrebbero bisogno di nuovo personale e tecnologie, proprio mentre il governo con la spending review (meglio però ribattezzarla cutting review, visto che taglia soltanto, mentre una seria revisione avrebbe dovuto incidere sull’efficienza e l’efficacia della macchina statale) ha appena deciso la chiusura di quasi mille uffici giudiziari.



Per quanto riguarda i precari, invece, la legge ha completamente travisato il principio, affermato da più parti negli ultimi anni, che “il lavoro flessibile” deve costare di più di quello stabile. Chi ha portato avanti tale posizione – tra cui lo scrivente – intendeva sostenere che a questi lavoratori andava assicurata, proprio in virtù della precarietà del rapporto di lavoro, almeno una retribuzione migliore, così di attivare una sorta di scambio se non virtuoso, almeno non troppo penoso. L’intervento della riforma, invece, tende ad aumentare il costo del lavoro, non le retribuzioni, che invece ne potrebbero uscire ulteriormente ridotte. 



L’aumento dell’aliquota previdenziale per i parasubordinati, che raggiungerà in pochi anni il 33% del reddito (24% per i pensionati), specialmente in un periodo di crisi economica, sarà “girato” da molte aziende in capo ai lavoratori, annullando gli eventuali guadagni dovuti all’aumento derivante dalla fissazione – questa una vera nota positiva – della retribuzione minima, che si applica però solo ai collaboratori a progetto e non anche ai co.co.co che operano nella pubblica amministrazione e alle altre tipologie di precari. Un’ultima incongruenza va segnalata per i titolari di partita Iva: in questo caso la lotta all’abuso, che consiste nel far aprire forzosamente una posizione Iva a persone che svolgono lavori da dipendenti, viene condotta con armi spuntate. 



La norma prevede la conversione in contratti a progetto di tutti i rapporti che abbiano almeno due delle seguenti caratteristiche: durata del rapporto superiore a 8 mesi; postazione di lavoro presso l’azienda; 80% del reddito annuale percepito da una sola azienda. Ma tali regole si applicano solo se il professionista non ha “competenze teoriche di grado elevato” (non è un laureato? un diplomato?) o guadagni meno di 18 mila euro lordi l’anno. Che considerando Iva, previdenza e tasse diventano 800 euro mensili, un po’ poco per considerare il lavoratore, anche se giovane, un vero professionista. Sull’altro versante, invece, i veri lavoratori autonomi non potranno che lamentarsi, in quanto l’aumento contributivo al 33% li renderà i professionisti che pagano la maggiore aliquota in Italia e ottengono le minore tutele previdenziali. 



In conclusione, ci pare di poter dire che la nuova legge costituisce una mera conferma del processo di “normalizzazione della precarizzazione” del lavoro iniziato nel 2003. Senza neanche rappresentare un significativo passo avanti anche in questo senso. In piena sincerità, il fatto che non sia piaciuta né alle parti sociali né ai partiti che pure l’hanno votata (seppur giurando al proprio elettorato di modificarla appena possibile), non vuol dire, come ha affermato il professor Monti in un’intervista americana, che si muova su di una linea di equilibrio, ma semplicemente che è inutile. 



O quasi: se si voleva uno “scalpo” da gettare sul tavolo degli inutili summit europei in risposta alla lettera della Bce inviata al governo Berlusconi ad agosto, lo si è ottenuto. A che costi, lo sapremo solo quando, a primavera del prossimo anno. il nuovo governo eletto – qualsiasi sia il suo colore politico – la modificherà. Intanto in Italia si continuerà ad aver bisogno, più che di una riforma ordinaria, di un piano straordinario che rilanci l’attualità del lavoro come valore. L’identità che nasce dal lavoro è certamente parziale, ma non è obsoleta e il lavoro deve tornare a costituire un elemento fondamentale per la creazione di senso del futuro. In fin dei conti è solo tramite il riconoscimento di sé come lavoratori che le persone – giovani e anziani senza contrasti generazionali – possono riappropriarsi della cittadinanza attiva in una società che valorizza competenze e merito.



(* docente di Sociologia dell’organizzazione Università La Sapienza di Roma)


FONTE: Rassegna.it 
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